Da qualche mese P. soffre di attacchi di panico e, adesso, ha scelto di affidarsi a me. Quello che segue è un dialogo tra me e P. in cui la accompagno alla scoperta di ciò che sperimenta prima, durante e dopo gli attacchi di panico. Questo scambio è uno stralcio di una fase importantissima della terapia che prende il nome di “psicoeducazione” e che ha la funzione di mostrare al paziente come si struttura un attacco di panico e di come si mantiene il disturbo.

Psicologa: “Il primo attacco d’ansia è un evento più o meno casuale che viene determinato dal fatto che possiamo aver avuto dei momenti di stress, dei conflitti o dei cambiamenti importanti che hanno messo un po’ alla prova il nostro organismo. Questo primo attacco ha una motivazione diversa per ogni individuo: 300 persone diverse possono avere avuto 300 cause scatenanti differenti. Tuttavia, qualcosa accomuna tutte le persone che sperimentano per la prima volta un attacco di panico: la paura.”

P: “Si, è vero. Perché arriva la paura?”

Psicologa: “Perché non ci è mai capitato prima di avere una reazione del genere. Sentire il corpo che improvvisamente accelera il suo funzionamento: il cuore che batte rapidamente, la tensione, la fame d’aria ed il tremore giusto per dirne qualcuno. La paura determina un atteggiamento che ha un ruolo fondamentale nello strutturare un attacco di panico. Questo atteggiamento prende il nome di “ipervigilanza” verso le sensazioni interne.”

P: “Che vuol dire “ipervigilanza”?”

Psicologa: “Normalmente la nostra attenzione è rivolta verso l’esterno, è orientata verso l’ambiente, cioè siamo incuriositi da ciò che accade fuori; ma dopo l’esperienza del panico così forte e così grave nel nostro corpo, è importante per noi spostare la nostra attenzione verso l’interno. Rimaniamo ad ascoltare se arriva nuovamente quell’improvvisa reazione di sofferenza. Quindi, noi stiamo proprio ad ascoltare come batte il nostro cuore, se i nostri muscoli sono rilassati, come respiriamo, se ci viene la fame d’aria. Quindi, si assiste proprio ad uno spostamento dell’attenzione da fuori a dentro.”

P: “Cosa determina questa ipervigilanza?”

Psicologa: “I nostri organi funzionano sempre con lo stesso ritmo. Io sto parlando con te, ma non so se il mio cuore batte sempre con lo stesso ritmo; è probabile che in alcuni momenti batta un po’ più forte o un po’ più piano; se parlo con te non me ne accorgo. Ma se io ho messo in atto questa attenzione selettiva verso l’interno, io sento tutto! Quindi percepisco anche i normali segnali di variazione dell’organismo. Questo fa sì che percependo facilmente questi segnali, io li elabori come possibili sintomi. Quindi trasformo facilmente i normali segnali di variazione in sintomi. Da qui, la possibilità di avere altri attacchi di panico che non fanno altro che confermare l’idea che c’è qualcosa che non va.”

P: “Quindi, nel momento in cui il cerchio si chiude, questi meccanismi sono collegati l’uno all’altro e tendono ad auto perpetuarsi?”

Psicologa: “Si e alcuni di noi imparano che, per evitare di passare da questi sintomi e non avere i propri attacchi d’ansia, è bene mettere in atto dei comportamenti che possono diventare nel tempo veri e propri evita menti. Per esempio, si può imparare che trovarsi in un ambiente affollato può più facilmente farci passare ai sintomi dell’attacco d’ansia, quindi evito di andarci. Posso imparare che se mi trovo in un posto chiuso, posso più facilmente passare ai sintomi dell’attacco d’ansia. Quindi, evito di andarci.”

P: “Quindi, questi comportamenti di evitamento diventano un modo per proteggerci?”

Psicologa: “Ci fanno bypassare l’ansia, nel senso di attacchi, ma ci lasciano invischiati in un circolo che è auto perpetuante perché l’agorafobia ci dà la conferma del fatto che qualcosa è cambiato,le cose non sono più come prima e tu non sono più tu.”


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